I destinatari

Il d. lgs. 8 giugno 2001, n. 231 disciplina, come enuncia programmaticamente l’art. 1, comma 1, la responsabilità amministrativa degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato, e le sue disposizioni, come precisa il comma 2, si applicano agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica.

Per quanto concerne l’esatta individuazione dei soggetti destinatari della nuova normativa si deve rilevare che la formulazione della rubrica dell’art. 11 della legge delega 29 settembre 2000, n. 300, ove è fatta menzione delle persone giuridiche e degli enti privi di personalità giuridica, ha suggerito al legislatore delegato di utilizzare il termine ente, anziché persona giuridica, per la ragione che quest’ultimo termine, essendo esclusivamente riferibile a soggetti aventi personalità giuridica, avrebbe dovuto, come si legge nella Relazione allo schema definitivo del d. lgs. n. 231 del 2001, “essere dilatato troppo al di là della sua capacità semantica, al fine di poter ricomprendere anche gli enti che tale requisito non hanno”.

Posta dal comma 2 dell’art. 1 l’indicazione generale degli enti ai quali sono applicabili le norme in esame, il successivo comma 3 dispone che esse tuttavia non si applicano allo Stato, agli enti pubblici territoriali, e cioè alle Regioni, Province e Comuni (si veda pure l’art. 197 c.p.). Nello stesso senso l’art. 121, comma 2, del Progetto preliminare di riforma del codice penale, predisposto dalla Commissione ministeriale presieduta dal prof. Carlo Federico Grosso ed approvato nella seduta del 26 maggio 2001, che escludeva espressamente dall’applicabilità delle norme sulla responsabilità delle persone giuridiche anche le Autorità indipendenti.

Ai sensi del comma 3 dell’art. 1, le norme sulla responsabilità amministrativa degli enti non si applicano neppure agli enti pubblici non economici né agli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale, come, ad esempio, i partiti politici e i sindacati, sforniti di personalità giuridica per la mancata attuazione dell’art. 39 Cost.

Le norme del decreto legislativo in esame hanno comunque come destinatari un’ampia categoria di soggetti. Si è osservato al riguardo come nella formula normativa trovi inserimento “una vera e propria galassia di soggetti di diritto l’enumerazione dei quali rischia, perennemente, di peccare per difetto o per eccesso ed un simile stato di incertezza, oltre a favorire querelles, toglie, di fatto, carattere tassativo al catalogo cui rinvia l’art 1, comma 2”.

In particolare, destinatari delle norme contenute nel D.Lgs. n. 231 del 2001 sono le persone giuridiche private riconosciute, comprese le fondazioni (art. 14 ss. c. c.) delle quali faceva menzione l’art. 12 c. c. Vanno inoltre ricordate le società, sia quelle aventi personalità giuridica sia quelle che ne sono prive: dunque, le società per azioni (non però quelle in formazione), le società in accomandita per azioni, le società a responsabilità limitata, anche con un unico socio, le società per azioni con partecipazione dello Stato o di enti pubblici, le società estere con sede secondaria nel territorio dello Stato, le società cooperative, le mutue assicuratrici; ed ancora le società semplici, le società in nome collettivo, le società in accomandita semplice, le società di intermediazione mobiliare (SIM), le imprese di investimento di capitale variabile (SICAV), le società di gestione di fondi comuni di investimento, le società sportive; infine le associazioni non riconosciute, le quali ricomprendono una serie di soggetti privi di personalità giuridica (art. 36 ss. c. c.) che svolgono istituzionalmente un’attività non determinata da fini di profitto.

Ci si chiede se tra i destinatari della normativa in esame rientrino pure i comitati: la risposta deve essere positiva, nonostante la mancata espressa menzione di essi. Perplessità per i condomini.

Tra i destinatari della normativa in esame devono essere ricomprese anche le società di fatto e, più in generale, le società irregolari. Si è osservato al riguardo che il loro inserimento trova fondamento sia nella loro equiparazione alle società semplici, operata dagli artt. 2297 e 2317 c. c., sia nella circostanza che si tratta di società che originano “da comportamenti concludenti dai quali traspaiono inequivocabilmente le componenti tipiche della fattispecie societaria, tanto sul piano dei conferimenti quanto dal punto di vista dei requisiti funzionali richiesti dall’art. 2247 c. c. (esercizio in comune di un’attività economica allo scopo di dividere utili)”.

È da ritenere che nel novero dei destinatari rientrino pure i consorzi con attività esterna, anche non costituiti in forma societaria, nei quali l’autonomia patrimoniale è palese e specificamente regolata dall’art. 2615 c.c.

Vanno invece escluse, a nostro avviso, le società occulte come pure le società apparenti, proprio per la mancanza di un’organizzazione da rimproverare e nei cui confronti rivalersi.

Soggetti alle norme del D.Lgs. n. 231 del 2001 sono infine gli enti pubblici economici. L’esclusione nei confronti degli enti che esercitano pubblici poteri e, quindi, delle singole Pubbliche Amministrazioni, non si estende agli enti pubblici economici, vale a dire agli enti a soggettività pubblica ma privi di pubblici poteri, i quali hanno come oggetto principale o esclusivo l’esercizio di un’attività economica ed agiscono iure privatorum (come, ad esempio, gli istituti di credito di diritto pubblico): per tale ragione questi enti meritano, secondo il legislatore, una equiparazione agli enti a soggettività privata anche sotto il profilo della responsabilità amministrativa dipendente da reato. Va peraltro rilevato come la categoria degli enti pubblici economici sia ormai in via di estinzione, a causa del processo di privatizzazione avviatosi nel nostro Paese a partire dal 1990.

Si legge nella Relazione allo schema definitivo del D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231: “Tra l’uno e l’altro estremo, peraltro, la locuzione “enti pubblici che esercitano pubblici poteri” lascia residuare ampie zone d’ombra. Costituisce infatti un dato acquisito che da tale nozione esulano, accanto agli enti pubblici economici, numerosi altri enti pubblici. Alcuni di questi (pochi) sono enti pubblici associativi, dotati sostanzialmente di una disciplina negoziale, ma a cui le leggi speciali hanno assegnato natura pubblicistica per ragioni contingenti (ACI, CRI, ecc.). Ma la categoria più significativa concerne gli enti pubblici che erogano un pubblico servizio, tra cui le Istituzioni di assistenza e, soprattutto, le Aziende ospedaliere, le scuole e le Università pubbliche, ecc. (…). Non si può nascondere (…) che, a prima vista, il dettato della delega sembrerebbe imporre l’inclusione di tutti questi enti nel novero dei destinatari delle disposizioni del decreto legislativo; il dato testuale parrebbe cioè prevedere l’assoggettamento alla disciplina sanzionatoria come la regola: rispetto ad essa, le eccezioni andrebbero contenute nei limiti dello stretto indispensabile. Quanto agli enti associativi (…) essi sono oggi soggetti ad una forte tendenza alla privatizzazione che presumibilmente ne comporterà l’estinzione entro breve termine (…). La dottrina pubblicistica non è affatto concorde nel tracciare la linea di distinzione tra questa categoria e gli enti pubblici associativi c.d. istituzionali (come gli Ordini e i Collegi professionali), per i quali valgono considerazioni analoghe a quelle che saranno esposte immediatamente di seguito per gli enti pubblici esercenti un pubblico servizio. Quanto a questi ultimi, all’affermazione della loro responsabilità amministrativa in dipendenza da reato, non sarebbe stata d’ostacolo la pur evidente inopportunità di applicare le sanzioni di natura interdittiva, con conseguente “scarico” dei costi sulla collettività (…). Per un verso, la sanzione pecuniaria comminata nei confronti dell’ente a soggettività pubblica avrebbe sortito un effetto general- e special- preventivo fortemente attenuato rispetto a quello suscettibile di produrre nei confronti di enti a soggettività privata e più sensibili alla ragione economica, essendo comunque destinata a tradursi in un disservizio per la generalità dei cittadini. Per altro verso (…) la scelta dei reati, in uno con ulteriori indizi normativi desumibili soprattutto dalla disciplina civilistica (calibrata sulle società commerciali), consentono di ritenere con ragionevole certezza che il legislatore delegante avesse di mira la repressione di comportamenti illeciti nello svolgimento di attività di natura squisitamente economica, e cioè assistite da fini di profitto. Con la conseguenza di escludere tutti quegli enti pubblici che, seppure sprovvisti di pubblici poteri, perseguono e curano interessi pubblici prescindendo da finalità lucrative”.

In conclusione, il legislatore delegato ha ritenuto di escludere dal novero dei destinatari della normativa sulla responsabilità amministrativa degli enti dipendente da reato alcuni enti a soggettività pubblica che non esercitano pubblici poteri, come, ad esempio, le IPAB, le Aziende sanitarie locali, gli Enti di sviluppo delle Regioni, le Aziende pubbliche per la gestione di servizi pubblici (speciali, regionali, provinciali, comunali), gli enti pubblici autarchici istituzionali che perseguono fini ed interessi propri dello Stato (come, ad esempio, l’INPS, l’INAIL, l’ISTAT, il CNR, l’ENEA, le Università statali) o quelli ausiliari (come, ad esempio, il CONI, l’ACI, le Università libere di diritto pubblico), ovvero gli enti autarchici operanti in ambito locale (come, ad esempio, gli Ordini e i Collegi professionali, gli Enti lirici).