Obbligatorio, o no?

La risposta giusta da dare è che la mancata adozione del Modello, in effetti, non è soggetta ad alcuna sanzione, ma espone l’Ente alla responsabilità per gli illeciti realizzati nel suo interesse. L’adozione diviene pertanto obbligatoria se si vuole beneficiare dell’ esimente escludendo la colpa organizzativa. Inoltre, gli Amministratori che esponessero l’ente all’applicazione delle sanzioni, per mancata adozione del Modello, sarebbero certamente esposti ad azione di responsabilità da parte dei soci, ai sensi dell’art. 2392 e seguenti del Codice Civile.

Alcuni Enti Pubblici, come la Regione Calabria, non stipuleranno più convenzioni con organizzazioni non dotate di Modelli Organizzativi 231. Anche la Regione Lombardia non concederà l’accreditamento per la formazione in assenza di un Modello 231. Altre PP.AA. si stanno adoperando in tal senso.

Approfondimento: Obbligatorio sempre, o no?

Dal momento dell’entrata in vigore del Dlgs 231/01, si è subito posto il problema dell’opportunità o dell’obbligatorietà dell’adozione del Modello Organizzativo ivi richiamato, anche alla luce delle disposizioni dell’art. 2392 c.c. (responsabilità degli amministratori verso la società).

In altri termini, al di là di casi particolari (vedi la Regione Calabria che lo impone alle imprese convenzionate, Farmindustria che lo richiede implicitamente per la qualificazione del processo di informazione scientifica o vedi il caso delle imprese STAR), si tratta di stabilire se la necessità di adottare il modello risponda esclusivamente a esigenze volontarie di controllo del rischio e di tutela dell’ente o se, viceversa, esista un vero e proprio obbligo giuridico in tale senso.

Si tratta di una questione importante considerando che l’adozione di un modello organizzativo può cambiare, anche in misura considerevole, il modo di operare di un’impresa. L’introduzione di meccanismi di controllo e organizzativi potrebbe, infatti, limitare la libertà decisionale e di azione dei soggetti in posizione di vertice. L’introduzione di un modello organizzativo comporta costi sia diretti, e cioè dipendenti dalle risorse utilizzate per !’introduzione del modello e per il suo mantenimento, sia indiretti, dovuti al ritardo nel compimento delle operazioni aziendali in seguito ai controlli e alle operazioni previsti dal modello.

In base a mere considerazioni di tipo aziendalistico, i vertici della società potrebbero quindi decidere di non adottare modelli organizzativi di prevenzione dei reati se dovessero constatare che i benefici derivanti dall’introduzione del modello in termini di riduzione del rischio di commissione del reato (e delle sanzioni a esso correlate) sono nettamente inferiori ai costi diretti e indiretti derivanti dall’implementazione del modello stesso.

La valutazione dell’ opportunità di dotare la società di un modello organizzativo non può però essere effettuata riferendosi esclusivamente a criteri aziendalistici ed economici: è infatti necessario considerare attentamente le disposizioni del D.Lgs. 231/2001, del Codice civile e del Codice penale.

L’art. 6, comma 1, lett. a) del D.Lgs. 231/2001 prevede, come già ampiamente detto in precedenza, che l’ente non risponda per i reati commessi dai suoi agenti se l’organo dirigente ha efficacemente adottato e attuato modelli organizzativi e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi.

La norma citata richiama esplicitamente l’organo dirigente dell’ ente e quindi, con riferimento agli enti organizzati in forma societaria, viene in essere la disciplina dettata dall’art. 2392 c.c. che tratta la responsabilità degli amministratori verso la società, ponendo a loro carico:

  • l’onere di adempiere agli obblighi previsti dalla legge e dall’atto costituti¬vo (primo comma: doveri di generica vigilanza);
  • l’obbligo di vigilare sul generale andamento della gestione facendo quanto possibile per evitare ed eliminare le conseguenze dannose per la società derivanti da atti pregiudizievoli di cui siano a conoscenza (secondo comma: doveri di vigilanza specifica)