Chiara Morresi

riflettiamo oggi per ripartire domani: le frodi sportive

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Se l’evoluzione del D.lgs. 231 nel 2019 ha preso le mosse dalla riforma introdotta dalla Legge di conversione del Decreto conosciuto come Spazzacorrotti, la stessa è continuata con un’altra importante novità di soli pochi mesi dopo: il 16 maggio 2019 è stata pubblicata la L. 39/2019 che ha introdotto l’art. 25 quaterdecies nel D.lgs. 231, dunque una nuova categoria di reati presupposto dedicata alla “Frode in competizioni sportive ed esercizio abusivo di attività di giuoco o scommesse“.

La L. 39/2019 ha avuto e sta avendo, ancora oggi a distanza di quasi un anno, un impatto senz’altro rilevante: l’esigenza del Legislatore di introdurre una categoria di reati presupposto ad hoc evidenzia il carattere innovativo della fattispecie introdotta.

Le frodi in competizioni sportive e l’esercizio abusivo di gioco esistevano già nel nostro ordinamento giuridico ed erano fattispecie disciplinate dagli artt. 1 e 4 della L. 401/1989. Con la L. 39/2019 si è deciso di andare oltre la responsabilità della persona fisica prevedendo l’imputabilità alla persona giuridica ex D.lgs. 231/2001, con uno schema punitivo a “maglie” piuttosto ampie sia dal punto di vista della pluralità delle condotte incriminati sia da un punto di vista dei soggetti individuati come possibili autori degli illeciti.

La ratio della Riforma 231 è ancora una volta quella di responsabilizzare sempre più le persone giuridiche, nel cui interesse o a vantaggio delle quali vengono commessi tali reati, nell’ottica di rendere quanto più chiara e tangibile la portata dell’impegno che ciascuna di esse può spiegare nella prevenzione del rischio da reato e nella diffusione della cultura d’impresa.

Ciò non può che acquisire una portata ancor più ampia se si pensa che questa volta la volontà di responsabilizzazione era, ed è, rivolta principalmente alle società sportive nei confronti proprio degli sportivi, ossia i primi soggetti interessati alla regolarità delle competizioni e alla genuinità dei risultati.

Se è vero che fino a Maggio 2019 le società sportive avrebbero comunque avuto ben donde per apprezzare l’utilità organizzativa, e non solo, di un Modello di organizzazione, gestione e controllo ex D.lgs. 231/2001 finalizzato alla prevenzione e gestione del rischio da quei reati a cui potevano astrattamente ritenersi esposti (es. reati societari), nel 2019 i motivi sono cresciuti esponenzialmente.

Da un lato la fisiologica esposizione al rischio da reato in relazione alle cosiddette frodi sportive, dall’altro la riforma del Codice di Giustizia Sportiva che, se prima non prevedeva nessuna disposizione che garantisse, a Società dotate di MOG, di beneficiare di circostanze esimenti o attenuanti nel caso di responsabilità di dirigenti o tesserati che compissero illeciti disciplinari, dall’11 Giugno 2019 prevede una portata esimente ed attenuante del MOG nell’ordinamento sportivo equivalente a quella declinata dal D.lgs. 231/2001.

La novità più rilevante è stata rappresentata dall’introduzione all’art. 7 del nuovo Codice di Giustizia Sportiva di una previsione che dal punto di vista sostanziale assegna al Modello di organizzazione, gestione e controllo, di cui all’art. 7, comma 5, dello Statuto della FIGC efficacia esimente o scriminante anche con riferimento alla responsabilità per gli illeciti disciplinari, qualora il giudice ne valuti “l’adozione, l’idoneità, l’efficacia e l’effettivo funzionamento”.

Ma cosa stabilisce l’art. 7, comma 5 dello Statuto della FIGC? I modelli, devono prevedere:

a) misure idonee a garantire lo svolgimento dell’attività sportiva nel rispetto della legge e dell ordinamento sportivo, nonché a rilevare tempestivamente situazioni di rischio;

b) l’adozione di un codice etico, di specifiche procedure per le fasi decisionali sia di tipo amministrativo che di tipo tecnico sportivo, nonché di adeguati meccanismi di controllo;

c) l’adozione di un incisivo sistema disciplinare interno idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello;

d) la nomina di un organismo di garanzia, composto di persone di massima indipendenza e professionalità e dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo, incaricato di vigilare sul funzionamento e l osservanza dei modelli e di curare il loro aggiornamento.

L’art. 7, comma 5 dello Statuto richiamato dal Codice di Giustizia Sportiva descrive un vero e proprio Modello 231: pare di poter affermare senza tema di smentita che nel 2019 le società sportive abbiano avuto segnali molto forti rispetto all’opportunità connessa alla Compliance 231.

Di segnali in passato già ve n’erano stati e pian piano, talvolta, erano anche stati colti: nel mondo del Calcio la prima a divenire compliant rispetto al D. Lgs. 231/2001 è stata la Juventus che, dopo lo scandalo scoppiato nel 2006, aveva adotto un Modello 231 valutato positivamente dalla Camera Arbitrale del Coni che aveva ridotto la penalizzazione da 17 punti a 9, da scontare nel campionato di serie B 2006/2007, in ragione del comportamento della Società successivamente all’illecito essendosi “adoperata per eliminare la possibilità di reiterazioni dell’illecito, revocando i poteri agli amministratori coinvolti e sostituendo integralmente il Consiglio di Amministrazione, adottando un codice etico e, soprattutto, un modello organizzativo idoneo a prevenire illeciti sportivi” (lodo arbitrale del 27.10.2006.).

Oggi questi segnali sono molto più forti e lo sono anche per quella coerenza interna che finalmente si è raggiunta tra Giustizia Ordinaria (Penale) e Giustizia Sportiva, garantita anche da norme di coordinamento interno che declarano la prevalenza del giudicato penale per la giustizia sportiva.

Ancora una volta, in questo particolare momento storico, potrebbe forse essere opportuno per le società sportive che non lo abbiano ancora fatto riflettere sull’adeguamento al D.lgs. 231/2001 esaminando il proprio sistema di controlli interni ovvero, per quelle che lo abbiano già fatto, verificare se vi siano margini di miglioramento e/o rafforzamento dello stesso sistema dei controlli. Potrebbe forse essere opportuno verificare il grado di aggiornamento della propria analisi di rischio ovvero riflettere sui risultati dell’attività espletata dall’Organismo di Vigilanza e relazionata agli Organi di vertice o ancora condurre attività di verifica sulla tenuta del Sistema stesso.

Tutto ancora una volta nell’ottica di cogliere delle opportunità in un momento di forte incertezza.

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Chiara Morresi

Chiara Morresi

Chiara Morresi, avvocato del Foro di Macerata, consulente in tema di Governance, Risk Management e Compliance, con una spiccata propensione all’interdisciplinarietà. Cura la progettazione, l’implementazione e l’aggiornamento di sistemi di controllo interno in materia di Responsabilità Amministrativa degli Enti, Anticorruzione e Protezione dei dati personali (GDPR). È Professional presso PK Consulting S.r.l. e presso Probitas S.r.l. ed autrice di articoli a commento delle novità introdotte in materia di prevenzione del rischio da reato.

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